Il femminismo segue la bussola ideologica

Scritto il 09/03/2026
da Vittorio Feltri

La violenza non diventa meno violenza perché il colpevole non rientra nello schema ideologico preferito

Gentile Direttore Feltri,
ogni anno l'8 marzo assistiamo allo stesso rito: mimose, slogan contro il patriarcato e cortei in cui si denuncia la presunta oppressione della donna da parte dell'uomo occidentale. Tuttavia, mi permetto di osservare un silenzio assordante quando la violenza contro le donne proviene da altri contesti. Le scrivo da bergamasco, come lei. Nei giorni scorsi in provincia di Bergamo una ragazza di 26 anni è stata colpita con una sciabola e violentata ripetutamente da un uomo di origine marocchina. La notizia è emersa proprio alla vigilia dell'8 marzo. Eppure non ho sentito una sola femminista indignarsi o denunciare il problema della sicurezza delle donne legato anche all'immigrazione incontrollata. Se davvero la libertà e la sicurezza delle donne stanno a cuore a chi scende in piazza, perché su questi casi cala sempre un silenzio così imbarazzato?

Marco Previtali
Bergamo

Caro Marco,
accendi un faro su un punto che molti osservano ma di cui pochi hanno il coraggio di parlare ad alta voce. L'8 marzo, ormai da anni, è diventato una liturgia ideologica in cui si pronunciano le stesse parole d'ordine: patriarcato, maschio bianco, società occidentale colpevole di ogni nefandezza. Il bersaglio è sempre quello, immancabile, come se la violenza sulle donne fosse un monopolio dell'uomo europeo, del vicino di casa, del marito italiano. Peccato che la realtà, ostinata com'è, non collabori con questa narrazione. I fatti di cronaca raccontano spesso una storia diversa, assai meno comoda. La vicenda che tu citi, accaduta proprio nella nostra Bergamo, è di una brutalità agghiacciante: una giovane donna colpita con un'arma e poi violentata ripetutamente, per ore e ore. Una storia che dovrebbe scuotere coscienze e piazze, soprattutto in un giorno dedicato alla difesa delle donne.

E invece niente. Silenzio. Questo silenzio non è casuale. È selettivo. Quando il colpevole è il cosiddetto maschio bianco occidentale, allora si mobilitano cortei, manifestazioni, hashtag e paginate di editoriali indignati. Quando invece il carnefice appartiene a un'altra categoria, magari immigrato, magari proveniente da culture dove la condizione femminile è tutt'altro che paradisiaca, allora improvvisamente cala la prudenza, si abbassa lo sguardo, si cambia discorso. Non sia mai che qualcuno accusi queste vestali del femminismo contemporaneo di scivolare in territori politicamente scorretti. Così si preferisce ignorare il problema. Si fischietta, si alzano le spalle, si mette la polvere sotto il tappeto.

Ma la violenza non diventa meno violenza perché il colpevole non rientra nello schema ideologico preferito.

Ecco il punto: se davvero si ha a cuore la sicurezza delle donne, non si possono distinguere le vittime in base alla provenienza del carnefice. Una donna aggredita è una donna aggredita, sempre. Che il violentatore sia italiano, straniero, bianco o nero, la difesa della donna dovrebbe essere un principio universale, non una bandiera da sventolare solo quando fa comodo alla propaganda.

Il femminismo di oggi, invece, troppo spesso sembra muoversi secondo una bussola ideologica: individua un nemico prestabilito e su quello si accanisce, ignorando tutto ciò che non rientra nel copione.

Così accade il paradosso che tu denunci: si organizzano cortei contro un patriarcato teorico, mentre si tace di fronte a fatti concreti che mettono a rischio la sicurezza delle donne nelle nostre città.

Questo non è difendere le donne. Questo è fare politica travestita da battaglia civile. E quando la realtà disturba l'ideologia, l'ideologia preferisce tacere.