Si intitola “Il Mostro di Firenze - Una storia italiana” l’ultimo - di tantissimi - volumi sugli omicidi che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 terrorizzarono la campagna fiorentina. Il libro è scritto dai podcaster Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro, autori di True Crime Diaries e di diversi libri sui cold case, dal delitto di Perugia alla Mala del Brenta.
Questo nuovo libro sul Mostro di Firenze giunge casualmente all’indomani dell’uscita della serie Netflix e prende in esame l’intera vicenda, a partire dalla vittimologia, ciò che è accaduto in termini di indagini e processi, ma anche l’intero apparato delle interpretazioni più disparate. "Anche se c’è una parziale verità giudiziaria ci sono troppi dubbi, troppe incertezze, troppi tasselli che non combaciano. Troppe teorie e troppi sospetti", dicono gli autori a IlGiornale.
Come si fa a emergere dal ginepraio, o meglio dal “vaso di Pandora”, come lo definite sul libro, del Mostro di Firenze?
“Siamo di fronte a una storia talmente stratificata, talmente inquinata da suggestioni letterarie e teorie astruse, da depistaggi e da ‘confessioni’ a dir poco fantascientifiche, che è difficilissimo trovare la bussola. Io credo che sia indispensabile attenersi ai fatti procedendo per sottrazione, eliminando tutto quello che è stato aggiunto dalle narrazioni che si sono susseguite negli ultimi decenni. Con il nostro libro abbiamo cercato il più possibile di procedere in maniera analitica”.
Ovvero?
“Seguiamo la vicenda più di vent’anni, dai tempi dello storico primo forum online sul caso da cui è uscita la maggior parte dei mostrologi. Stiamo parlando di una categoria nata in rete negli ultimi anni e che, in alcuni casi, è riuscita a portare contributi interessanti al caso. Più spesso, purtroppo, ha generato confusione. Nonostante tutto o, forse, proprio a causa di tutto quello che è stato detto e scritto in questi anni, è particolarmente difficile orientarsi in quello che resta ancora oggi un mistero molto fitto”.
Vi siete fatti un’idea personale tra killer unico e gruppo di persone?
“Uno di noi crede, per suggestione personale, che il Mostro di Firenze sia una persona che non è mai entrata nelle indagini, un serial killer unico, benché nel tempo non solo sia stato affascinato e al tempo stesso scettico sulle diverse teorie, si è sentito intrigato dalla pista sarda, della quale oggi tutti conoscono i limiti”.
E l’altro?
“L’altro tra noi è stato sempre stato affascinato dall’ipotesi che vede il coinvolgimento di Francesco Narducci e del così detto ‘secondo livello’, ma si tratta anche in questo caso di una suggestione. Il nostro lavoro è storico e divulgativo: non vogliamo certo improvvisarci Sherlock Holmes, come tanti che in questi anni si sono rivelati invece essere degli ispettori Clouseau”.
Il killer Zodiac, il Rosso del Mugello, il legionario, il secondo livello, la pista nera e quella satanica. Sul libro parlate di “desiderio di complessità”. Ce lo spiegate?
“È un fenomeno tipico dei casi irrisolti, come in quello di Jack lo Squartatore. Di fronte a un enigma che è senza risposte le persone tendono a pensare che sia tutto frutto di un disegno superiore, di un genio del male, di un ‘grande vecchio’ che tira i fili. Questo perché così si giustifica il fatto che non si è in grado di sciogliere l’enigma”.
E quindi?
“Non a caso la versione per il mercato americano del nostro libro si intitola ‘The true stories of the Monster of Florence’, ovvero ‘Le storie vere del Mostro di Firenze’, dato che su questo caso ci sono tante, troppe storie vere, ma manca una verità condivisa. Da un lato poi c’è il fascino eterno dei complotti, dall’altro la voglia di sembrare più intelligenti degli altri. Non critichiamo gli errori, ma l’atteggiamento di troppi mostrologi è quello di negare l’evidenza. Ormai i pozzi sono troppo inquinati, c’è sempre chi dubiterà di qualsiasi cosa anche se un domani venisse trovata la Beretta .22 usata dal Mostro”.
Stiamo sull’evocazione della pista satanica, qualcosa di ricorrente in Italia. Come mai ci si rivolge spesso a piste del genere soprattutto nei cold case, ma non solo?
“La pista satanica in Italia è un grande classico, salta fuori almeno un paio di volte all’anno per i casi più disparati. Poco importa che i casi realmente documentati di omicidi legati al satanismo siano quasi inesistenti (escludo dal novero i casi di ‘satanismo acido’, come quello di Somma Lombardo, che sono più ricollegabili al mondo delle droghe che a quello del satanismo). La pista satanica piace sempre alla stampa, è un tema mediatico, ma poi stringi stringi non ti resta mai nulla in mano. Anche la variante della ‘loggia occulta’ o della ‘setta segreta’”.
Con l’eccezione dell’omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, come la vittimologia può dirci qualcosa sul serial killer?
“C’è chi ha parlato di un Mostro puritano, di un Mostro che odiava le coppie non ufficiali, che voleva ‘separare’ l’uomo dalla donna… Più probabile invece che il Mostro attaccasse coppie non sposate o non ufficiali perché erano le uniche che si appartavano in luoghi isolati. Possiamo dire con un buon grado di certezza che il vero obiettivo del Mostro fosse poter praticare le escissioni sui corpi femminili, tanto che quei gesti bestiali sono diventati una sorta di firma del Mostro. Ma, ancora una volta, restiamo ai fatti: gli attacchi del Mostro sono privi della componente sessuale, come se il Mostro fosse impotente o non fosse interessato al sesso come lo intendono le persone normali”.
E poi?
“Questo ci dice molto sulla sua personalità. Inoltre era un vigliacco: ha sempre ucciso per primo il maschio perché rappresentava per lui un potenziale pericolo, spesso anche infierendo sul cadavere per assicurarsi che fosse morto. Ma scegliere coppie appartate in luoghi così particolari ci dice anche che era un profondo conoscitore delle zone in cui si muoveva. E poi era metodico ed era una persona molto più semplice di quanto si possa credere”.
“Se ni’ mondo esistesse un po’ di bene”, comincia così la poesia di Pietro Pacciani, assolto in appello e defunto prima di essere sottoposto a un nuovo iter. Restano celebri i processi ai “compagni di merende” di “Un giorno in pretura”. A vostro avviso è stato questo il primo grande caso mediatico della storia?
“Sì, senza dubbio, per lo meno per quanto riguarda l’Italia. Chiunque poteva essere la vittima del Mostro, o il genitore di una vittima, quindi tutti si sentivano parzialmente coinvolti. E poi perché quel processo ha alzato il velo sui segreti inconfessabili della provincia italiana. Non è un caso che il gioco da tavolo Merendopoli, ispirato al processo ai compagni di merende, sia diventato un cult, o che ci siano migliaia di même ispirati a quel processo”.
Si giungerà mai a capire davvero chi era il Mostro, considerando che molti dei protagonisti giudiziari della vicenda sono morti?
“Crediamo di di no. Anche se c’è una parziale verità giudiziaria ci sono troppi dubbi, troppe incertezze, troppi tasselli che non combaciano. Troppe teorie e troppi sospetti. Purtroppo le indagini, soprattutto per i primi delitti, vennero fatte in maniera inadeguata e questo ha segnato in maniera irrimediabile la possibilità di giungere a una soluzione certa. Il caso del Mostro di Firenze ormai è diventato mitologia moderna.
In che senso?
“Abbiamo 8 duplici delitti commessi con la stessa arma e con le stesse modalità, e cosa dicono le sentenze? Per il primo duplice omicidio il colpevole è il marito della vittima; il secondo, terzo e quarto omicidio non hanno colpevoli; per gli ultimi quattro duplici omicidi sono stati condannati Lotti e Vanni come complici di Pacciani, che però è stato assolto ed è morto in attesa di giudizio. In più nelle sentenze c’è scritto nero su bianco che i compagni di merende agivano su commissione e che quindi bisognava trovare il ‘secondo livello’. Anche qui anni di processi e indagini non hanno portato a nulla. Zero assoluto. Come si può accettare una cosa del genere?”.