"La mia vita devastata da un'interdittiva antimafia e dalla cultura del sospetto"

Scritto il 09/03/2026
da Manuela Messina

Rosario Tuccio, imprenditore edile con un'azienda radicata nel Torinese, ha ricevuto un'interdittiva antimafia poi annullata dal Tar. Non è mai stato indagato, eppure da quel giorno una scure si è abbattuta su di lui: quella del pregiudizio

«La cosa peggiore è uscire di casa e subire gli sguardi distanti di chi prima prendeva il caffè ogni mattina con te». Erano puramente commerciali i rapporti tra la Tuccio costruzioni, azienda edile radicata a Nichelino, nel torinese, e gli imprenditori di una società inizialmente coinvolta in un'inchiesta per associazione a delinquere di stampo mafioso, aggravante peraltro pure esclusa dalla Cassazione. Eppure sono bastate alcune intercettazioni tra il suo fondatore Rosario Tuccio, da generazioni “cazzuola, famiglia e lavoro” a fare scattare le segnalazioni che hanno portato il Prefetto di Milano, ad aprile 2025 a emettere un'interdittiva. Tarpando le ali a una società che stava letteralmente prendendo il volo e macinando fatturato e profitti grazie alle sue commesse nel pubblico e nel privato. Se è vero che la giustizia ha infine rimesso le cose al loro giusto posto – il Tar della Lombardia ha annullato il provvedimento – resta l'amarezza per una storia imprenditoriale su cui è calata una scure pesante, quella del pregiudizio, destinato a provocare danni, economici e reputazionali.

Signor Tuccio, una domenica di luglio è cambiata la sua vita. Ci racconta come è andata?

«Mio figlio quindicenne sulla spiaggia ha ricevuto da un suo amico, con tanto di faccina sorridente, un articolo di giornale in cui si dà a suo padre del mafioso. È stato devastante, mi ha cambiato la vita. Ma sono fortunato, perché nessun membro della mia famiglia ha mai avuto dubbi sulla mia onestà».

Cosa si prova a vedere il proprio nome associato alla parola mafia?

«La cosa peggiore è uscire di casa e subire gli sguardi distanti di chi prima prendeva il caffè ogni mattina con te. Ti fanno le pacche sulle spalle, perché apparentemente sdrammatizzano, ma in realtà sospettano. Vedi crollare la web reputation dell'azienda sotto il peso di accuse infamanti, e con lei anche il fatturato».

Quali sono state le immediate conseguenze per l'azienda?

«Alcuni clienti, come impazziti, hanno disdetto lavori, rescisso contratti e preso le distanze. Tutto a causa di un articolo infelice. Peraltro il sindaco della città, intervistato a riguardo, non ha speso neanche una parola in mio favore. Anzi, si è negato di persona e al telefono. Questo anche se abbiamo persino seduto insieme in Consiglio Comunale per anni».

Come mai ha deciso di raccontare la sua storia?

«Mi sento come Rocco Greco, imprenditore edile suicida per infamia nonostante l’innocenza. Anch’io sono originario di Gela e figlio di un muratore onesto con cui abbiamo costruito insieme più di sessant’anni di impresa. Avverto l’urgenza di condividere la mia testimonianza con tutti gli altri Rosario Tuccio che in questo momento in Italia stanno patendo le medesime pene dell’inferno. Ma che, a differenza mia, magari non hanno stessa forza di reazione né possibilità economiche adeguate per difendersi per il tramite di bravi avvocati, com’è stato per me Riccardo Vecchione».

La sua vicenda giudiziaria ha poi avuto un esito favorevole per lei. La giustizia funziona?

«Io sono stato fortunato a incontrare la serietà dei magistrati milanesi, che ringrazio una volta di più. Un sistema giudiziario autorevole non può comunque basarsi sul principio per cui il sospetto viene prima del fatto. Ci vuole un attimo ad azzerare un uomo, a fronte di una vita per costruirlo».

Cosa cambierebbe nel sistema giustizia?

«Sono favorevole alle interdittive antimafia introdotte dalla Legge Falcone-Borsellino, ma con opportuni distinguo: il reato va fortemente motivato e poi provato, al contrario di quanto accaduto al sottoscritto: mai indagato, mai condannato per accuse di stampo mafioso. Altrimenti si rischiano solo pericolose carambole. Nel mio caso, l’interdittiva antimafia infondata si è tradotta per me in lavori pubblici e privati irrimediabilmente persi. Parliamo di 25 milioni di commesse sfumate, già per lo più contrattualizzate. Ammetto di aver avuto brutti pensieri, ma di essermi fermato in tempo grazie alla fede in Dio, al ricordo di mio padre, e soprattutto per amore della mia famiglia. Ho scelto di combattere mettendoci la faccia per l’onorabilità del mio nome e di chi come me lo porta, e per quella di tutti i dipendenti e fornitori».

Ha già deciso cosa votare al referendum?

«Voterò ‘SI’, pur avendo avuto giustizia. I giudici sono lavoratori. Pertanto, se sbagliano pagano. Giusto avere una magistratura indipendente, a patto però che anch’essa sia altrettanto rispettosa ed equidistante nei confronti dei governi democraticamente espressi dal popolo».