Nelle scorse settimane l'amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, aveva detto che «tutte le strade portano a Siena». Da ieri sappiamo che era effettivamente così: dal momento che è arrivata la proposta di Banco Bpm e la zampata di Intesa Sanpaolo e Bper. Siena, del resto, dopo la scalata di successo a Mediobanca - la banca d'investimento principe della finanza italiana - è diventato un gruppo diversificato, che punta a diventare una piccola Jp Morgan italiana. Con una capitalizzazione di Borsa di 27 miliardi di euro, l'istituto con sede a Rocca Salimbeni ha in cantiere l'integrazione e la revoca delle quotazioni di Mediobanca. Mps, così, aggiunge al suo interno il credito al consumo di Compass, la banca d'investimenti, la rete dei consulenti finanziari di Mediobanca Premier, la casa prodotto dei fondi oltre al suo business tradizionale della banca commerciale che mette a bilancio 146 miliardi di prestiti alla clientela al 31 marzo 2026 e 1.252 filiali. Per non dimenticare il 13,2% di Generali, prima compagnia assicurativa italiana e centro nevralgico del potere finanziario italiano. Nel 2025, Mps ha registrato oltre 2,7 miliardi di utili, un risultato impensabile nel 2022 quando era nelle condizioni di dover compiere un aumento di capitale da 2,5 miliardi per completare un risanamento che da più parti sembrava molto complicato anche per l'eredità di cause legali del passato. Ora, da istituto che non voleva nessuno (si ricordi il gran rifiuto di Unicredit, che non accettò di comprarla nemmeno con una dote) è passata a essere il centro dei desideri di tutti.