Il Caucaso meridionale non è più il cortile di casa della Russia. Gli exit poll stanno per essere confermati dai risultati ufficiali, e le elezioni parlamentari armene segnano molto più della vittoria di Nikol Pashinyan: rappresentano la certificazione di un cambiamento geopolitico che da anni si sta consumando nel cuore dell'ex spazio sovietico. Il premier armeno, leader del partito Contratto Civico, si avvia infatti a ottenere un nuovo mandato e, soprattutto, a consolidare la linea di progressivo avvicinamento all'Europa e all'Occidente, sconfiggendo le forze che puntavano a preservare la collocazione filorussa del Paese.
Le rilevazioni diffuse dal ministero degli Interni attribuiscono a Contratto Civico il 55 per cento dei voti, contro il 17,5 della formazione Armenia Forte guidata dal magnate russo-armeno Samvel Karapetyan. Al di là delle percentuali definitive, che saranno note stamattina, il dato politico appare chiaro: la maggioranza degli elettori (ha votato il 58,97 per cento degli aventi diritto, il 10 in più della precedente tornata) ha scelto di confermare l'uomo che, dopo la Rivoluzione di Velluto del 2018, ha avviato il più radicale riposizionamento strategico dell'Armenia dalla fine dell'Unione Sovietica. La posta in gioco andava ben oltre la semplice alternanza di governo. Per la prima volta dopo la traumatica sconfitta del 2023 e la definitiva perdita del Nagorno Karabakh, gli armeni erano chiamati a pronunciarsi indirettamente sulla direzione futura del Paese: continuare il lento ma costante sganciamento dall'orbita russa oppure tornare a cercare protezione sotto l'ombrello del Cremlino. La risposta delle urne sembra indicare che il trauma del Karabakh abbia accelerato, anziché frenato, la trasformazione politica del Paese. Per decenni la sicurezza armena è stata fondata sull'alleanza strategica con Mosca. Tuttavia, durante le crisi che hanno portato alla riconquista azera del Karabakh, la Russia è apparsa come un alleato sempre meno affidabile. Impegnato nella guerra in Ucraina e interessato a preservare i rapporti con Baku e Ankara, il Cremlino non è intervenuto in modo significativo a sostegno di Erevan. E l'opinione pubblica armena ha iniziato a mettere in discussione un paradigma geopolitico considerato intoccabile per oltre tre decenni.
È su questa linea che Pashinyan ha costruito la sua strategia: avvicinarsi progressivamente a Ue e Stati Uniti senza rompere con Mosca. Una vittoria ampia potrebbe ora consentirgli di affrontare il nodo decisivo della riforma costituzionale. Con una maggioranza qualificata vicina ai due terzi dei seggi, il governo avrebbe infatti la forza per modificare alcuni articoli contestati dall'Azerbaigian e aprire la strada a un referendum, passaggio considerato essenziale da Baku per arrivare a un accordo di pace definitivo.
Intanto il messaggio che in queste ore sta arrivando da Mosca è chiaro: l'integrazione europea non viene più considerata una semplice scelta economica, bensì un allineamento politico e strategico ostile agli interessi russi. Le dichiarazioni del vicepremier Alexei Overchuk, che ha invitato gli armeni a "riflettere sulle conseguenze" di un eventuale avvicinamento all'Unione Europea, confermano quanto il Cremlino percepisca il dossier armeno come parte della più ampia competizione con l'Occidente.