Prima sente il Colle e concorda le mosse. Poi eccola in serata da Bruno Vespa che spiega la scelta del governo. Dunque, la decisione è presa: almeno per il momento non entreremo nel Board of peace per Gaza voluto da Trump, non divideremo il tavolo con Putin e Lukashenko, non spaccheremo l'Europa. "La proposta ci interessa, va nella giusta direzione. La posizione dell'Italia è di apertura, potremmo giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace in Medio Oriente e nella prospettiva della realizzazione dei due Stati. Però c'è un problema legale, regolamentare e di statuto costituzionale che non ci consente di firmare domani. Ci serve più tempo, c'è un lavoro che va fatto". E oggi volerà a Bruxelles per il vertice straordinario sulla Groenlandia.
Dietro il freno al Board motivi politici, perché Roma vuole restare ancorata a Nazioni Unite e Ue. Ma anche ostacoli giuridici, segnalati dal Quirinale. "L'articolo 11 della Carta - dice Giorgia Meloni - prevede che l'Italia possa far parte di organismi internazionali che perseguono la pace cedendo pezzi di sovranità solo di fronte a parità di condizioni con gli altri Stati", che è un po' l'opposto del comitato che sta mettendo in piedi Washington. "Però sbaglia chi dipinge il Board come una Onu privata a pagamento, che anzi nasce nell'ambito di una risoluzione del Palazzo di Vetro. E l'Europa, e l'Italia, farebbero un errore se decidessero di autoescludersi". Del resto Putin siede pure al G20 e all'Onu. "I fori multilaterali servono per parlare con le persone lontane da noi".
E comunque il gran rifiuto era stato già deciso l'altra sera, in una riunione ristretta a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni, i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Il Board, con il passare dei giorni e delle adesioni sgradite, ha perso le caratteristiche originarie. Dubbi sulla praticabilità dello strumento, defezioni di alcuni Stati europei, fino ai problemi di rispetto della Costituzione. Da qui i contatti con il presidente della Repubblica e la scelta di non firmare. Sull'argomento, riferiscono le fonti, tra Mattarella e Meloni ci sono "massima consonanza" e "totale condivisione di perplessità costituzionali".
Ma il no al Board non è un no a Donald. La linea di Palazzo Chigi, nel pieno della burrasca tra le due sponde dell'Atlantico, resta quella di concordare con gli USA una "strategia efficace" per la sicurezza dell'Artico che coinvolga Nato e Bruxelles e di evitare una escalation sui dazi. Che vogliamo fare? Uscire dalla Nato?, si chiede ai trent'anni di Porta a Porta. La premier vuole sfruttare il suo ruolo di pontiera per cercare di riavvicinare le parti dopo che tra Trump e Macron sono volati gli stracci. Bisogna vedere quanti margini ci sono ancora. Le minacce all'integrità territoriale dell'isola dei ghiacci, sia pure sotto forma di trattativa per l'acquisto, riguardano la Ue e quindi pure l'Italia. "L'invio di soldati europei è stato visto come un attacco agli americani, invece era il tentativo di rispondere all'esigenza di sicurezza posto dagli Usa. Dobbiamo migliorare la comunicazione". Infine, la guerra delle dogane. "Bisogna abbassare i toni. Io remissiva? Combatto più di tutti per l'interesse dell'Italia". Non manca un po' di ironia: "Non è facile per una ragazza della Garbatella districarsi in un'epoca storica così complessa".