Alexander Zverev ha finalmente spezzato l'incantesimo che lo accompagnava nei tornei del Grande Slam. Alla quarta finale Major della carriera. Una vittoria che assume un significato particolare perché arriva al termine di un percorso segnato dalla malattia, il diabete, aspettative enormi, delusioni cocenti e una lunga battaglia contro i propri limiti mentali. Fin dai primi passi nel circuito professionistico, Zverev era stato indicato come il più credibile successore di uno dei grandi: Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Il suo profilo sembrava racchiudere tutte le caratteristiche del campione destinato a raccoglierne l'eredità.
Se sul piano tecnico il teutonico possedeva gli strumenti per competere con chiunque, sul versante psicologico ha dovuto convivere con fragilità che nei grandi appuntamenti sono emerse con regolarità. La pressione dei palcoscenici più importanti, un approccio talvolta eccessivamente prudente e la difficoltà nel gestire le aspettative hanno rappresentato ostacoli ricorrenti. In tutto questo, una nuova generazione guidata da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz accelerava la transizione del tennis mondiale, conquistando rapidamente i trofei più prestigiosi relegandolo in una posizione scomoda.
Per anni Zverev ha incarnato una sorta di figura di confine: troppo giovane per appartenere alla generazione dei Big Three, ma al tempo stesso già segnato da cicatrici sportive rispetto ai nuovi protagonisti del circuito. Una condizione, che assieme alla gestione del diabete, ne ha complicato la carriera e ha alimentato l'immagine di talento incompiuto, costantemente sospeso tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che effettivamente riusciva a realizzare. Al termine della semifinale vinta contro il ceco Mensik le sue parole ironiche sono finite sotto accusa: «Pochissimi di noi hanno qualcosa in testa comunque. Quindi, a volte è più facile essere stupidi e non pensare troppo», aveva detto. Alcuni osservatori le hanno interpretate letteralmente, arrivando a definirlo un idiota o ad accusarlo di svilire l'intelligenza degli sportivi. In realtà Sascha si riferiva alla capacità di non pensare troppo, liberandosi dal peso delle aspettative. Per un atleta come lui, sempre molto negativo su se stesso, raggiungere quella forma di beata incoscienza rappresentava probabilmente la sfida più complessa. In un contesto privo di Alcaraz e Sinner (fermato da un malessere a Parigi), la sublimazione del successo è arrivata.