«Si, l'ho uccisa io. Non volevo perdere l'affidamento di mio figlio». Il gip convalida il fermo di Claudio Carlomagno, accusato di femminicidio, primo caso in Italia, e occultamento di cadavere, quello di Federica Torzullo, 41 anni. Nell'interrogatorio di ieri l'uomo ha spiegato tempi e modi del feroce assassinio. La lite sarebbe iniziata in bagno. «Ho fatto tutto in 45 minuti, prima delle 7 di venerdì. Ho usato un coltello che avevamo in casa e che è ancora lì» mette a verbale. Ma la ricostruzione non convince affatto.
«Non siamo completamente soddisfatti - spiega il procuratore di Civitavecchia, Alberto Liguori -. C'è qualcosa che non quadra, ci sono zone d'ombra su cui vorremmo far luce. La confessione c'è stata ma per noi non è piena». Un omicidio, secondo Carlomagno, deciso all'ennesima lite avvenuta giovedì 8 dopo cena e compiuto la mattina dopo. «La buca l'ho scavata quando sono arrivato in ditta con il corpo nel bagagliaio». Nella denuncia di scomparsa ai carabinieri Carlomagno non dice una sola verità, a cominciare dall'ultima volta che ha visto Federica, che due giorni dopo avrebbero avuto la prima udienza per la separazione e che Federica stava per trasferirsi dai suoi genitori, visto che da mesi i due vivevano da separati in casa. È grazie alla tenacia della sorella di lei, Stefania, che gli inquirenti già dal giorno dopo abbandonano l'ipotesi di scomparsa e lo iscrivono nel registro degli indagati. Allertata dal nuovo compagno («non mi risponde ai messaggi e al telefono» spiega l'uomo ai familiari di Federica), la donna convince i genitori a non firmare la denuncia. Troppe le «incongruenze» che spingono la Procura di Civitavecchia a iscriverlo nel registro degli indagati mettendo sotto sequestro casa, auto, azienda e cellulare. «Il telefono di Federica? L'ho distrutto dopo aver risposto ai messaggi della madre Roberta», ammette al gip. Da chiarire se il delitto sia stato preterintenzionale o ben progettato configurando la premeditazione.
Certo è che Carlomagno prova a cancellare ogni traccia di sangue con la candeggina, cerca di sfigurare il corpo appiccandogli il fuoco, tenta di farlo a pezzi facendo ipotizzare il reato di vilipendio di cadavere. «L'omicidio è certamente un gesto d'impeto del marito» commenta il suo difensore, Andrea Miroli al termine dell'interrogatorio. Un delitto particolarmente violento e crudele: ventitré coltellate in totale, 19 al volto e al collo, quattro alle mani. Oltre all'amputazione di una gamba e allo schiacciamento del bacino e del torace provocato dal sollevamento del corpo con il bobcat, la ruspa utilizzata per seppellire la vittima.
