Ricordate la scena di quel film con Marilyn Monroe? Lei è vestita di rosa, scende da una scalinata scarlatta e canta felice "i diamanti sono i migliori amici di una ragazza": brano che ha fatto storia, storia e tanto altro, inclusi non pochi danni nel processo di autodeterminazione femminile, con la sua dose di semplificazione aberrante, di oggettificazione del corpo della donna e di svalutazione della sua identità. Dobbiamo essere però comprensivi: in fondo erano gli anni '50, erano altri tempi, diversi da quelli attuali in cui il neofemminismo ha compiuti enormi passi in avanti, così avanti che i diamanti non sono più sufficienti. Il film è Gli uomini preferiscono le bionde, ma i diamanti sono diventati obsoleti, fuori moda, perfino brutti. C'è qualcosa di meglio adesso, di più sorprendente per non dire impensabile, a cui pare dovrebbe agognare ogni femmina sulla faccia della terra. Qualcosa che è anche facile da trovare, entrando in un banale negozio di giocattoli e spendendo meno di cinquanta euro.
Di che sto parlando? Peluche. Strambi, paffuti, colorati peluche marcati Jellycat, azienda che fino all'altro ieri vendeva orsacchiotti ai bambini, ma che dall'esplodere della pandemia Covid-19 ha raggiunto sempre più clienti di fascia adulta, in particolare donne: specie ventenni, non dimenticando una buona parte di trenta e quarentenni, a un tratto scopertesi amanti di questi manufatti e disposte a tutto pur di riempirne casa. Una dinamica certo disfunzionale, psichica prima che antropologica, e che come prima conseguenza ha avuto quella di rivoluzionare il brand, nel frattempo diventato virale, con strategie marketing al limite dell'assurdo e pure con introiti altrettanto folli. Solo nel 2024, tanto per dare dei numeri, i guadagni hanno toccato 333 milioni di sterline, che in questo frangente storico, di generale fiacchezza commerciale e sfiducia dei mercati, costituiscono un piccolo miracolo, per quanto biasimevole. Praticamente parliamo di un prodigio, che riflette il caos in cui siamo immersi, un portento su cui nessuno avrebbe scommesso e che non deve esimerci dall'azzardare una domanda, anzi più di una: come si è arrivati a questo punto? Come può un esercito di donne bell'e formate tendere tanto disperatamente verso un bambolotto? Com'è possibile rinnegare, abdicare la complessità femminile cedendola a nient'altro che a una pezza imbottita?
La risposta ha a che vedere con l'infantilizzazione delle donne, troppe volte sponsorizzata da loro stesse: un fenomeno ampio e stratificato, che sta all'esatto opposto dell'ipersessualizzazione delle bambine, e non a caso, essendo entrambi esiti di un solo disequilibrio, strade specularmente malate che oltre a minare l'emancipazione della donna, per quanto venga ribadito il contrario, lavorano per la sua decadenza, ora anche attraverso un peluche: da questo punto vista il simbolo di un'inedita, strampalata femminilità, la miglior metafora del suo svilimento, specchio e feticcio della sua insicurezza. È la ricerca di un'età leggendaria, per ritrovare l'innocenza perduta o un'illusione di felicità, sviluppando una sorta di sindrome di Wendy, contraltare femminile del Peter Pan eterno bambino.
Forse non poteva andare altrimenti, aderendo a una simile estetica, divinizzando la fanciullezza e seguendo la liturgia di adorare un pupazzo, anche se la carta d'identità segna già tre o quattro decenni; non si poteva giungere che a questo: scansare la maturità e dimenticarsi di crescere, dare un calcio al buon senso e idolatrare nostalgicamente l'infanzia, quasi fosse un mondo a parte, una specie di isola dell'apologia perpetua, un paradiso amorale e deresponsabilizzante dove ogni cosa è permessa, ogni cosa è bella e possibile ma soprattutto falsa.
Chi poteva mai predire un'evoluzione del genere? Dopo le lotte femministe di XIX e XX secolo, dopo le Spice Girls che salutavano il millennio con glitteratissimi slogan di empowerment, dopo la girlhood targata Britney Spears seguita dalle varie Paris Hilton e Lindsay Lohan, e dopo gli ultimi intricati sviluppi, ecco infine dove siamo arrivati: a un femminile atrofico servito in salsa per lattanti, a una condizione che non sa affatto di libertà bensì profuma di oppressione, all'alba dell'ennesima, spettrale possibilità mancata per le donne. Ma non per il brand Jellycat, che invece deve parecchio alla regressione in corso, deve principalmente il business più recente all'intercettazione della fragilità femminile, come alla sua difficoltà di autoanalisi.
A ciò è poi da sommare l'esperienza social, in primis TikTok, che esaspera in chiave demenziale il nuovo stereotipo, rendendolo mera performance digitale e levandogli l'ultimo scampolo di lucidità rimasta. Come in un'inverosimile sfilata, nelle bacheche di migliaia di donne vediamo apparire un peluche Jellycat dopo l'altro: uno con le fattezze di croissant, un altro di arcobaleno, un altro ancora di occhiali, di quaderno e di girasole.
Tutti antropomorfizzati, con braccine e gambette che enfatizzano la mimesi umana; tutti per forza amabili, pasciuti e sorridenti. E facciamo pure i campanilisti a questo punto, visto che c'è una collezione Jellycat ispirata all'Italia, ovviamente a tema cibo: ravioli e farfalle, senza farci mancare caffè, pizza, caprese e parmigiano, traslati anch'essi in bomboniere di stoffa, ninnoli con faccine ricamate che le donne espongono come trofei o tengono a portata di mano, in macchina allo stesso modo che in bagno, sulla tv e sotto le coperte.
È triste ammetterlo. Fino a poco tempo fa c'era la tradizione di indagare le distorsioni sociali, si faceva filosofia, pensatrici e pensatori ne avrebbero discusso. Attualmente invece pare che non ne abbiamo bisogno. malati di virtuale, perché il reale si è talmente ridotto che corre il rischio di scomparire, perché anche essere donne è ormai facilissimo: occorre solo tornare indietro, basta dare un'occhiata alle vetrine e comprarsi una bambola a forma di torta.
