Accise mobili, sconti fino a 8 cent. Il nodo politico è la tenuta dei conti

Scritto il 09/03/2026
da Gian Maria De Francesco

Un taglio dei prelievi imporrebbe l'uso della leva fiscale. Con il Brent a 120 dollari l'extragettito Iva a 2,6 miliardi

Se il prezzo del petrolio continuerà a restare elevato, il governo valuterà "il meccanismo delle accise mobili, che consente di utilizzare la maggiore Iva" che entra "per calmierare i prezzi". Lo ha confermato ieri sera la premier Giorgia Meloni a Fuori dal coro evidenziando l'attenzione sia alle richieste dell'opposizione che la determinazione a "evitare che la speculazione sfrutti la crisi". Il meccanismo, introdotto per la prima volta nel 2007 e aggiornato dal governo Meloni, è tornato al centro del lavoro dei tecnici del Tesoro in vista del Consiglio dei ministri di domani.

Il principio è relativamente semplice. Quando il prezzo del greggio cresce in modo stabile, aumenta automaticamente anche il gettito Iva perché l'imposta del 22% si applica su una base più alta. In quel caso lo Stato può decidere di rinunciare a quella quota aggiuntiva di entrate e utilizzarla per ridurre l'accisa, la componente fiscale fissa del prezzo dei carburanti. Oggi l'accisa è pari a 0,6726 euro al litro sia per la benzina sia per il gasolio, livello in vigore dal primo gennaio.

È proprio questo margine di extragettito che il governo sta valutando di utilizzare per raffreddare i prezzi alla pompa. L'ipotesi su cui stanno lavorando i tecnici prevede prima di tutto un sistema di monitoraggio dei prezzi e l'individuazione di una soglia di rialzo oltre la quale intervenire. In sostanza, se il rincaro dovesse risultare stabile rispetto ai valori di riferimento indicati nei documenti di finanza pubblica, scatterebbe la possibilità di ridurre temporaneamente l'accisa finanziando l'operazione con l'Iva incassata in più.

Il punto, tuttavia, è la dimensione concreta dello sconto. Considerato che in Italia si consumano circa 40 miliardi di litri di carburante, nell'ipotesi della loro invarianza e del cambio euro/dollaro sempre attestato in zona 1,07-1,08, si può affermare che, anche con quotazioni del petrolio sensibilmente superiori alle previsioni del Dpfp (attorno ai 66-67 dollari al barile nel triennio 2026-28), lo spazio di manovra resta limitato. Se le quotazioni restassero attorno agli attuali 90-93 dollari, il maggior gettito annuo potrebbe attestarsi poco sopra il miliardo di euro annuo traducendosi in uno sconto di 3,4 centesimi. Con un Brent attorno ai 100 dollari al barile, come da più parti si teme, la riduzione potenziale sarebbe nell'ordine di circa 4 centesimi di accisa al litro, che diventano poco meno di 5 centesimi sul prezzo finale alla pompa (1,6 miliardi in totale). Se il greggio arrivasse invece a quota 120 dollari, il taglio potrebbe salire a circa 6,5 centesimi di accisa, pari a uno sconto finale intorno agli 8 centesimi al litro (2,6 miliardi). In termini percentuali la riduzione di prezzo sarebbe molto limitata, inferiore al 3 per cento. Numeri che difficilmente possono soddisfare le richieste di consumatori e associazioni di categoria, che nelle ultime settimane hanno chiesto interventi ben più consistenti, fino a 10 o addirittura 15 centesimi al litro.

Ed è proprio qui che entra in gioco la questione della sostenibilità dei conti pubblici. Il meccanismo delle accise mobili, infatti, ha il vantaggio di essere neutrale per il bilancio perché utilizza soltanto entrate fiscali già generate dall'aumento dei prezzi. Se invece si volesse spingere lo sconto ben oltre la quota di extragettito Iva, la riduzione dovrebbe necessariamente essere finanziata con altre risorse.

In altre parole, per ottenere un taglio significativo del prezzo dei carburanti servirebbe un intervento fiscale vero e proprio. Una scelta che il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti finora ha sempre valutato con estrema prudenza per evitare di aprire nuovi buchi nei conti.