Mai credere a un banchiere quando giura che non farà mai una certa operazione. Nemmeno quando giura sulla cosa che gli è più cara: fa parte del mestiere. Del resto, la storia della finanza è costellata di fusioni nate dopo smentite solenni e il grande risiko bancario italiano degli ultimi diciotto mesi non fa eccezione. Anzi. Probabilmente passerà agli archivi come la stagione nella quale si sono ascoltate più smentite dai protagonisti che indiscrezioni sul mercato. Oggi però il velo sta cadendo. Con l'offerta di acquisto che Intesa Sanpaolo si prepara a lanciare su Monte dei Paschi - probabilmente oggi stesso - il riassetto del credito italiano entra nella sua fase decisiva. E la proposta di aggregazione recapitata ieri a Siena e targata Banco Bpm assume un significato più chiaro: non un'iniziativa improvvisata, ma una mossa industriale seria e coerente, maturata nella consapevolezza che il tempo per decidere il proprio destino stava rapidamente scadendo.
Sia chiaro. L'operazione immaginata da Piazza Meda conserva una sua logica industriale. L'unione tra Banco Bpm e sistema Mps-Mediobanca darebbe vita a un gruppo capace di competere con i principali operatori nazionali, valorizzando reti complementari, economie di scala e una presenza territoriale diffusa. Non era una fantasia da salotto finanziario, ma un progetto credibile. Il problema è che il mercato raramente si ferma alla prima casella disponibile. E quando sul tavolo compare un soggetto delle dimensioni di Intesa Sanpaolo, gli equilibri inevitabilmente cambiano. Per questo la proposta di Banco Bpm appare oggi come il tentativo di costruire rapidamente una soluzione alternativa prima che il consolidamento prenda una direzione diversa e probabilmente irreversibile.
C'è poi un elemento che continua a pesare nelle riflessioni di chi guarda al futuro del sistema bancario nazionale. Ed è il ruolo crescente di Crédit Agricole nel capitale di Banco Bpm. Nessuno discute la qualità della banca francese né la legittimità delle sue ambizioni. Ma nel momento in cui si ridisegnano gli assetti del credito italiano è inevitabile che il tema del controllo e dei centri decisionali torni al centro della scena. La stessa proposta di aggregazione tra Banco Bpm e Montepaschi sarebbe stata osservata anche alla luce di questo fattore. Perché una cosa è costruire un grande polo bancario italiano; un'altra è immaginare che, nel tempo, una parte rilevante di quel polo possa gravitare fuori dai confini nazionali. È una distinzione che la politica, il mercato e gli investitori istituzionali non ignorano.
L'offerta di Intesa Sanpaolo cambia dunque il quadro. E potrebbe non limitarsi al sistema Mps-Mediobanca. In finanza le operazioni più importanti non nascono per somma ma per moltiplicazione. Se l'Offerta su Siena andrà in porto, si aprirà inevitabilmente una seconda fase nella quale entreranno in gioco gli asset da cedere per soddisfare le richieste dell'Antitrust. Ed è qui che il ruolo del gruppo Bper-Unipol diventa decisivo. Come già accadde nel caso di Ubi Banca, l'istituto emiliano potrebbe raccogliere una quota significativa delle attività che Intesa non potrebbe mantenere, rafforzandosi ulteriormente e contribuendo alla nascita di un sistema più equilibrato. Non è neppure impossibile immaginare che, in prospettiva, la stessa aggregazione tra Banco Bpm e Montepaschi possa trasformarsi da alternativa a passaggio intermedio di un disegno ancora più ampio. Perché quando il consolidamento accelera, le geometrie cambiano con sorprendente rapidità.
Alla fine il punto non riguarda i destini di questa o quella banca. Riguarda la struttura complessiva del capitalismo finanziario italiano. Mentre Bruxelles continua a predicare l'integrazione senza riuscire a costruire un vero mercato unico bancario, l'Italia si prepara a questo appuntamento con istituti più solidi, più redditizi e meglio capitalizzati di quanto fossero dieci anni fa. Per questo il consolidamento non deve essere guardato con timore. Se il punto di approdo sarà una Intesa Sanpaolo ulteriormente rafforzata, una Bper cresciuta attraverso le dismissioni e un assetto stabile attorno ai grandi snodi della finanza nazionale, non assisteremo alla fine della concorrenza. Assisteremo alla conclusione di un lungo processo di maturazione. E forse scopriremo che, dietro le tante smentite dei banchieri, il mercato aveva visto giusto fin dall'inizio.
Resta però una domanda che il mercato farebbe bene a non sottovalutare. Se la banca guidata da Carlo Messina dovesse uscire ulteriormente rafforzata da questa nuova puntata del risiko, è davvero pensabile che Unicredit resti a guardare? Andrea Orcel si è costruito nei mesi una posizione importante attorno a Generali (poco meno del 9%) e sa bene che il Leone di Trieste rappresenta uno degli snodi strategici della finanza italiana. L'ipotesi di una sorta di consorzio di grandi istituzioni capace di garantirne l'italianità (con Intesa cui farebbe capo il 13% oggi di Mediobanca), appare oggi ragionevole. Ma chi conosce Orcel sa anche che non appartiene alla categoria dei banchieri disposti ad assistere da spettatori alle mosse degli altri.
