Toccatemi tutto, ma non toccate lo champagne! Per Monsieur le President Emmanuel Macron, ex banchiere prestato alla politica grazie alle irresistibili promesse di Révolution in breve naufragate su una certa verticalizzazione della sua personale concezione di potere, non ce l'ha fatta. La minaccia di dazi del 200% sullo champagne è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. "Assez", deve aver pensato. Sfidando il gelo delle vette svizzere un Macron davvero furibondo ha inforcato gli occhiali specchiati determinato a prendere in mano la situazione. D'altra parte chi, se non un gallico originale, può trovare le parole giuste per rimettere a posto un prepotente yankee parvenu?
Infervorato da uno sciovinismo anacronistico aromatizzato dal simulacro della Grandeur de France Macron si è scatenato. In quel momento glorioso, dinnanzi a una platea assetata come lui di regolamento di conti, tutto pareva possibile, e i tormenti dimenticati: obliato il disagio profondo della società francese dovuto a una frattura sociale capace di aggregare attorno a sé la protesta di ampi strati sociali come da anni non si vedeva in Francia; trascurato quell'appellativo antipatico "le président des riches", e anche la consapevolezza di un'idea di révolution svaporata come tutti i fenomeni in cui stile e comunicazione non bastano.
Macron sul palco dimentica il quadro cupo e inquietante della società francese che stretta da un senso di declino e sfiducia si dice molto insoddisfatta e delusa con percentuali, bulgare più che francesi, a sfiorare l'85% con un terzo che considera il declino irreversibile. Mentre, sfiorando il microfono con le labbra tumide Macron spiega agli astanti che "l'Europa è lenta, ma è il luogo dove le regole del gioco sono solo lo Stato di diritto" può far finta che Le Monde non abbia illustrato le sue frequenti intemperanze razziste contro neri, marocchini ex coloni e anche omosessuali.
Può addirittura ignorare gli schiaffoni che ogni tanto gli rifila la moglie manesca nel momento glorioso in cui trascina la folla all'arguto motto "Preferiamo il rispetto ai bulli e preferiamo lo Stato di diritto alla brutalità". Sotto le lenti da top gun si presume una complice strizzata d'occhio per l'affondo risolutivo: "non saremo vassalli!". Poi luci e microfono si spengono. E Monsieur le President costretto a tornare con i piedi per terra. Però, dev'esser stato bello, anche solo per un po', vivere in un sogno.
