È il cane di Pavlov in versione Pit Bull, si accende la lampadina e loro sbranano. Silvia Salis (scoop) non è Giuseppe Conte e non è Elly Schlein. Contro di lei aveva cominciato Selvaggia Lucarelli, e nessuno ci aveva badato, anche perché è solita attaccare ogni donna che è stata dotata dalla natura di ciò che manca a lei: "L'automa Salis, finta sinistra". Poi, dalla cuccia dei Pit Bull, straripava la cucciolata: sul blog del Fatto Quotidiano il signor Pierfranco Pellizzetti collocava Salis (Silvia) nel catalogo dei prodotti moderati, orrore.
Il fuoco amico diventava seriale dal 21 aprile: sempre sul Fatto (Conte City) ecco il pregevole "Silvia è perfetta pure a padel" di Daniela Ranieri e il cauto accodarsi del nientologo Andrea Scanzi: e questa Salis, questo virus renziano, questa borghese troppo educata, questa sindaca gonfiata a dismisura, questa parvenu della politica nazionale. Ma l'attacco più duro contro Silvia Salis lo muoveva Silvia Salis stessa sulla copertina di Vanity Fair: intervistona, replichette varie, ecco, mi sminuiscono per come mi vesto, io che i diritti civili, io che il salario minimo e Gaza e Ilva, io contro Israele e il genocidio, io al fianco degli operai, io sostegno alla Flotilla, io battaglia per l'educazione sessuale. Interessante. Risultato: chi la vuole santa, chi la vuole macellare. Troppe foto, troppa cipria, troppi boccoli, troppe scarpe (addirittura due) e il dettaglio che la Salis ha un regista d'immagine che è stesso che aveva Renzi. A morte. Il Fatto incarica un cronista genovese di levare ogni trucco e lasciarle addosso i numeri: "Sotto il Comune niente: in 4 mesi solo 6 delibere".
Mancava Massimo D'Alema e il suo consiglio (normale, come il Paese che voleva) di evitare "dinamiche fratricide", che non conviene sbranarsi. Troppo tardi. D'Alema la conosce bene, la procedura a sinistra: se qualcuno è spendibile, gli fanno l'autopsia da vivo.
