È successo a Palazzo di Giustizia di Milano. Il pubblico ministero nel processo contro il ministro Daniela Santanchè si è presentato in aula, per interrogare i testimoni, con appuntata sulla toga la coccarda del "No" al referendum.
Il presidente della Corte non ha compiuto il gesto che forse sarebbe stato il più adeguato: espellere il Pubblico Ministero dall'aula. O almeno - dico - imporgli, con voce indignata, di far sparire quel segno di campagna elettorale. Che oltre ad essere un segno di campagna elettorale era anche un evidente gesto di sfida verso l'imputata, che - da politica e non da magistrata - è notoriamente impegnata per il Sì al referendum sulla riforma costituzionale.
Immagino che nella parte dell'aula, dietro lo scranno dei giudici, ci fosse la scritta che tutti conosciamo: "La legge è uguale per tutti". Scritta vistosamente violata dal Pm che col suo gesto ha affermato la superiorità della legge di chi è favorevole al No.
Si possono fare tante considerazioni su questa alzata di ingegno del Pm. Ce n'è una però che è molto semplice e che dovrebbe essere chiara a tutti. Quando vi dicono di votare No per difendere l'indipendenza della magistratura, vi dicono una grande fesseria. I sostenitori del No, seguaci di questo magistrato milanese, sono del tutto contrari all'indipendenza del magistrato. Vogliono un Pm schierato, che considera un elemento di orgoglio il suo pregiudizio politico, e lo dichiara, e lo coltiva, e lo considera la bussola del suo impegno e della sua professione. Se l'imputata è Santanché, dunque è un esponente politico - pensa il pubblico ministero - è bene presentarsi con le idee chiare ed esporle: "Contro i politici di destra voto no".
Spesso in questa campagna elettorale ho sentito parlare di cultura della giurisdizione. Beh, se la cultura della giurisdizione è quella esibita da questo magistrato, è bene rinunciare o alla cultura o alla giurisdizione. Lui, mi pare, ha rinunciato a entrambe.
