Operazione ripescaggio: se l’Italia facesse come la Danimarca del ’92

Scritto il 24/04/2026
da Paolo Lazzari

Mentre si incendia la discussione sulla potenziale partecipazione degli azzurri al posto dell’Iran, la mente corre all’assurda impresa di quegli Europei

La parola magica “Ripescaggio” dev’essere senz’altro in cima alla lista dei trending digitati sui motori di ricerca italici. Alimentata dal probabile eccesso di zelo di Paolo Zampolli, braccio operativo nientemeno che di Donald Trump per le partnership globali, la possibilità che gli azzurri prenotino un albergo per i mondiali di calcio Usa 2026 - in luogo dell’Iran, se dovesse decidere di non partecipare - sta già lacerando l’opinione pubblica. Il ministro dello sport Abodi ha subito chiarito che non sarebbe “né possibile, né opportuno” e così ha fatto anche il presidente Coni Buonfiglio: “Mi sentirei offeso”, ha detto. Nel frattempo, interpellato sull’argomento, Trump ha dichiarato di non pensarci.

Certo, conquistarsi i traguardi sul campo è tutta un’altra faccenda. E questa redenzione di plastica, artefatta dal conflitto tra States e Iran, suona come un’elemosina che l’orgoglio azzurro - pur nel paese delle scorciatoie - non può e non vuole deglutire. Eppure esistono anche le deviazioni del destino. E va messo in conto che, certe volte, possono rivelarsi anche meglio di quanto uno aveva preventivato.

Prendiamo il caso del ripescaggio calcistico più luccicante della storia moderna. Giugno 1992: la Danimarca è arrivata seconda nel suo girone di qualificazione agli europei in programma in Svezia. I danesi sono arrivati secondi, piazzandosi alle spalle della Jugoslavia, una squadra talmente talentuosa da essersi guadagnata il soprannome di brasiliani d’Europa. Sul campo schiera alieni come Savicevic, Prosinecki, Boban, Mihajlovic. Classe e carisma a quintali, che dovrebbero condurre con limpidezza al trionfo finale, almeno secondo i pronostici. Qui però la storia si mette di traverso, proprio quando i danesi se ne stanno già con i piedi a mollo nell’acqua e il telo mare disteso sulla spiaggia.

Il conflitto in ex Jugoslavia, spinto dai trattati violati e dai confini ridisegnati col sangue, cambia la traiettoria degli eventi. Mentre i cannoni ruggiscono a Sarajevo, l’ONU emana la Risoluzione 757. La Jugoslavia viene esclusa da ogni competizione sportiva.

A dieci giorni dall'inizio del torneo, la UEFA alza così la cornetta e chiama Copenaghen. La Danimarca è la prescelta. Arrotolare i costumi e deporre le birrette, prego. In realtà, molti calciatori sono già pronti per una tournée amichevole, ma lo spirito è quello di chi sta per partecipare ad una gita fuori porta, non a una missione di conquista.

L'architetto di quella follia è Richard Møller Nielsen, un uomo che la stampa danese sbeffeggia per il suo gioco troppo pragmatico, lontano dai "Danish Dynamite" degli anni '80. Senza la stella polare Michael Laudrup — che rinuncia per dissidi con il tecnico — la squadra poggia sulle spalle titaniche di Peter Schmeichel e sull'estro malinconico del Laudrup minore, Brian.

L’incipit è del tutto logico: uno 0-0 opaco con l'Inghilterra e una sconfitta contro i padroni di casa della Svezia. I danesi sembrano destinati a essere le comparse di un filmetto già scritto. Poi, una impronosticabile scintilla. La vittoria contro la Francia di Platini (allora in panchina) e Papin allarga miracolosamente le porte delle semifinali. Lì, contro l'Olanda campione in carica di Van Basten e Gullit, Schmeichel decide di diventare un muro, parando il rigore decisivo al Cigno di Utrecht. La Danimarca, la nazionale dei ripescati, è miracolosamente in finale.

Nel frattempo - muovendosi in parallelo alla sfida sportiva - corre un sottotesto umano che rende quella cavalcata ancora più profonda. Kim Vilfort, centrocampista cardine di quella squadra, fa la spola tra il ritiro svedese e il letto d'ospedale della figlioletta Line, malata di leucemia. Ogni volta che può, scappa per andare a stringerle la mano.

È proprio lui, nella finale contro la Germania riunificata e favoritissima, a segnare il gol del 2-0 dopo il vantaggio di Jensen. Un diagonale che si sfrega contro il palo ed entra, issando un intero popolo in paradiso e regalando a chi segnaun attimo di pace in mezzo a un dolore inimmaginabile. Ecco, nulla di tutto questo sarebbe successo senza quel fortuito ripescaggio, figlio di una tragedia immane. Sfogliando gli album sbiaditi di quel 1992 resta la sensazione di avere assistito ad un’impresa sportiva e umana del tutto incredibile, che ci saremmo persi. Di sicuro il ripescaggio non va spinto, ma demonizzarlo potrebbe sottrarci storie come questa.