Gentile Direttore Feltri,
Concita De Gregorio e Massimo Giannini, così come altri suoi colleghi, dicono che la violenza dei maranza, delle baby gang, dei clandestini armati di coltello, si combatta con il linguaggio inclusivo. Ma cos'è questo linguaggio inclusivo? Lei lo ha capito? Mi può fare qualche esempio?
Grazie.
Silvio Baldi
Caro Silvio,
ti ringrazio per la domanda, che è meno banale di quanto sembri. Tu chiedi che cosa sia questo famoso «linguaggio inclusivo» che, secondo alcuni colleghi e commentatori, sarebbe la chiave per fermare la violenza dei maranza, delle baby gang e dei clandestini armati di coltello. Confesso che anch'io, dopo anni di prediche progressiste, non sono ancora riuscito a capirlo del tutto. Forse perché, semplicemente, non esiste. Il linguaggio inclusivo è una formula magica, una superstizione ideologica. È l'idea - del tutto infondata - che modificando le parole si modifichi la realtà. Come se il delinquente smettesse di accoltellare perché qualcuno lo chiama soggetto fragile anziché criminale. Come se la lama diventasse meno affilata perché la si definisce dispositivo di offesa non convenzionale.
Secondo la sinistra, infatti, il problema non è la violenza, ma chi la racconta. Non è il coltello che colpisce, ma il giornalista che osa scriverlo. Non è il reato, ma il termine clandestino. E così si costruisce un linguaggio fatto di dogmi, che suonano più o meno così: se l'aggressore è immigrato, va compreso; se è disagiato, va incluso; se è armato, va ascoltato. Anche coccolato, perché no? Chi invece osa chiamare le cose con il loro nome - criminale, rapina, violenza, accoltellamento - viene immediatamente messo sotto processo morale. Questo è il vero scopo del linguaggio inclusivo: non fermare la violenza, ma zittire chi la denuncia. È una lingua censoria, non inclusiva. Inclusiva solo verso chi piace alla sinistra. Perché il doppio standard è sotto gli occhi di tutti: quando il colpevole è l'uomo italiano, magari eterosessuale e politicamente scorretto, allora il linguaggio diventa improvvisamente durissimo, insultante, violento. Lì l'odio verbale è consentito, anzi incoraggiato. Quando invece si tratta di categorie protette, il vocabolario si svuota, la realtà si nega, i fatti si dissolvono.
Ci raccontano anche che il progresso passi dagli asterischi, dallo schwa, dalle declinazioni forzate al femminile. Che il femminismo consista nel dire ministra e che la lotta alla discriminazione dei gay si vinca deformando la grammatica. Nel frattempo però le donne vengono aggredite, i ragazzi accoltellati, le città diventano più insicure. Ma guai a dirlo: non è inclusivo.
Ecco, caro Silvio, il linguaggio inclusivo è questo: una grande, inutile, retorica. Una scorciatoia per non affrontare i problemi reali. Una foglia di fico ideologica dietro cui nascondere l'incapacità di governare fenomeni complessi come l'immigrazione incontrollata e la criminalità diffusa.
Le cose non si risolvono smettendo di chiamarle per nome, ma avendo il coraggio di dire la verità, anche quando disturba. Il resto è fuffa. E, come spesso accade, è ciarlare di nulla per non fare nulla.
